Nonostante i recenti progressi nell’accesso al lavoro, la segregazione occupazionale in Italia è un fenomeno in aumento negli ultimi 15 anni. Secondo i dati Istat 2025, metà delle donne occupate si concentra in appena 21 professioni, mentre gli uomini si distribuiscono in 53 mestieri diversi.
I settori in cui le donne sono più rappresentate sono tradizionalmente quelli della formazione o della cura, mentre la presenza femminile resta assai ridotta in ambito tecnico-scientifico: nelle professioni di ingegneria e architettura le donne sono meno di un quarto degli occupati, nelle scienze matematiche, chimiche, fisiche e naturali salgono a un terzo, mentre nel settore informatico e tecnologico scendono sotto il 18%.
Ma cosa accade esattamente a bambini e bambine che condividono i medesimi percorsi educativi e perché imparano a considerare attività, giochi e materie secondo stereotipi di genere, cui tendono ad adeguarsi per sentirsi accettati?
Il problema nasce nella società nel suo complesso, che ancora oggi veicola una visione rigida dei generi, che nel tempo diventa parte dell’identità.
Senza tener conto delle reali capacità di ciascuno, infatti, le aspettative sociali interiorizzate restringono il ventaglio di possibilità percepite come adeguate, contribuendo a orientare uomini e donne verso percorsi di studio e di lavoro che confermano i ruoli tradizionali: di leadership per gli uomini, di supporto e cura per le donne, con conseguenze su stipendi e carriera.
Una segregazione “in ingresso” che eleva a lungo andare disoccupazione e inattività femminile, specialmente al Sud Italia, con impatti su crescita e finanze pubbliche. È dimostrato, infatti, che segregazione occupazionale e differenze salariali di genere rappresentano ostacoli significativi per il progresso sociale ed economico, riducendo l’efficienza del mercato del lavoro e limitando la crescita complessiva.
Contrastare modelli di genere convenzionali, generalizzati e semplicistici che si costruiscono nel nucleo familiare e successivamente nell’ambito educativo, vuol dire educare al rispetto e alla libertà di poter essere ciò che si sceglie. Al contrario, perpetuare le disuguaglianze priva la società di talenti e risorse, con effetti negativi su produttività, innovazione e benessere collettivo.


