Il riconoscimento del talento delle donne e della meritocrazia, in contesti ancora troppo spesso dominati da logiche maschili, sembra a un punto di svolta: in Italia, la presenza delle donne nei Consigli di Amministrazione ha raggiunto il 43,1% e il gender pay gap è sceso al 12%. Numeri incoraggianti, ma sono solo una parte del quadro.
Il Fondo Monetario Internazionale ha documentato che la correlazione tra leadership femminile e migliori performance finanziarie è solida anche nei Paesi avanzati. Le aziende con una maggiore presenza femminile ai vertici mostrano una solidità economica superiore e una minore esposizione al rischio finanziario, con una probabilità di bancarotta più bassa rispetto a quelle con vertici esclusivamente maschili.
Ricordiamo che l’Italia fu la prima in Europa ad adottare le cosiddette “quote rosa” nei CdA delle società quotate e partecipate pubbliche, una misura che ha fatto balzare la presenza femminile dal 7% al 40% in poco più di dieci anni, rendendo il nostro Paese una best practice europea, un modello da imitare.
Eppure, il paradosso è evidente: il 96% delle posizioni di vertice aziendale in Italia è ancora occupato da uomini, le amministratrici delegate sono appena il 4% e solo il 52,5% delle donne risulta occupata, contro il 70,4% degli uomini. Le donne laureate superano gli uomini (22,3% contro 16,8%), ma il titolo di studio non costituisce un vantaggio salariale e di carriera. Infine, solo il 13,7% delle startup innovative è guidato da donne: evidenziando come le barriere strutturali nell’accesso ai capitali permangano, assieme ai pregiudizi culturali.
Insomma, il potenziale femminile esiste e produce già valore, ma il nodo è rimuovere le barriere che ne limitano la piena espressione. Un imperativo strategico che l’Italia non può ancora dire di aver pienamente raccolto.


