In Italia, diventare madre cambia e penalizza le traiettorie professionali, al contrario della paternità, associata a una maggiore occupazione. È il fenomeno della “child penalty”, il divario occupazionale tra uomini e donne dopo la nascita di un figlio.
Secondo l’undicesimo rapporto Le Equilibriste – La maternità in Italia di Save the Children, realizzato con ISTAT e INPS, gli effetti su occupazione, salari e carriera penalizzano le donne italiane più delle europee.
In particolare, in Italia il tasso di occupazione femminile scende dal 68,7% (donne senza figli) al 63,2% (madri con figli minori), fino al 58,2% con figli in età prescolare. Per gli uomini vale l’opposto: i padri lavorano nel 92,8% dei casi.
Una penalizzazione non solo occupazionale, ma anche salariale: nel settore privato le madri guadagnano in media il 30% in meno dopo la nascita di un figlio, un divario che scende al 5% nel pubblico. Dieci anni dopo la nascita del figlio, la penalizzazione occupazionale arriva al 40%.
Non è un problema di ingresso nel mercato del lavoro: al momento della nascita del figlio, il 61,6% delle madri è già occupato. Il problema nasce dopo, nella fase di conciliazione tra lavoro e famiglia, soprattutto al Sud. Tra le madri 25-54enni con un figlio minore, il tasso di occupazione è del 73,1% al Nord e del 71% al Centro, contro il 45,7% al Sud e nelle Isole.
Ma penalizzazione è soprattutto il prodotto di stereotipi culturali di genere e di una organizzazione del lavoro e dei servizi che scarica sulle donne il peso della cura. Motivo per cui, in Italia, una donna su quattro tra i 25 e i 34 anni dichiara di non avere condizioni adeguate per diventare madre.
Il risultato di questo insieme di fattori è molteplice: penalizzazione delle donne, dispersione di competenze e capitale umano femminile, freno alla crescita economica, denatalità.
È tempo di agire su più fronti: potenziare asili nido e tempo pieno scolastico, soprattutto al Sud; redistribuire il carico di cura incentivando i congedi di paternità; premiare le imprese che adottano flessibilità reale e smart working strutturato.
Ma serve anche una rivoluzione culturale: la cura dei figli deve essere finalmente percepita come una responsabilità condivisa: da entrambi i genitori, dalle aziende e dallo Stato.


