C’è un’economia parallela che non compare nel PIL, non figura nei bilanci aziendali, non riceve salario né contributi previdenziali: è il lavoro di cura. Cucinare, accudire i figli, assistere gli anziani, gestire la casa sono attività che il capitalismo classifica come “non lavoro”, sebbene, di fatto, sostengano ogni ora di produttività.
Secondo il Rapporto mondiale dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), in Italia le donne si fanno carico del 74% del tempo dedicato all’assistenza e alla cura della persona: più di 5 ore al giorno a titolo completamente gratuito, contro meno di 2 degli uomini. Un divario invisibile agli occhi del mercato.
Moneyfarm, società di consulenza finanziaria digitale, ha calcolato che se alle donne venisse riconosciuto un compenso di 9 euro l’ora (ipotesi di salario minimo legale) per le 3 ore giornaliere di lavoro di cura “in eccesso” rispetto agli uomini — 5 giorni su 7 — si arriverebbe a circa 7.000 euro lordi all’anno.
La domanda che ne discende è: quanto vale, per la società nel suo complesso e per la produttività delle imprese, questo lavoro gratuito? Il lavoro di cura è il motore invisibile del profitto: lo alimenta e lo sostiene.
Secondo il rapporto OIL-Federcasalinghe pubblicato nell’ottobre 2025 — la prima indagine di questo tipo condotta in Italia su circa 3.000 persone — il lavoro di cura non retribuito genera ogni anno un valore economico stimato in 473,5 miliardi di euro, equivalente al 26% del PIL nazionale. Un settore “ombra” che vale più dell’intera industria manifatturiera italiana.
Senza contare che «l’82,6% delle donne inattive non cerca lavoro retribuito a causa di responsabilità familiari. Quasi una madre su due lascia il lavoro dopo il primo figlio.» (cfr. INPS, Rendiconto di Genere 2024 · OIL-Federcasalinghe 2025)
In altre parole, lo stesso carico che regge la produzione è quello che espelle le donne dal mercato del lavoro (l’Italia è tuttora all’87° posto nel Global Gender Gap Report del WEF 2025).
Ma non è solo una questione di giustizia di genere: questo squilibrio strutturale costituisce un problema di efficienza economica. Una società che disperde il capitale umano femminile rallenta la propria crescita, riduce la propria base fiscale, sottodimensiona i propri servizi di welfare.
Invertire la rotta è possibile, i dati del Welfare Index PMI 2024, promosso da Generali Italia, confermano la direzione da seguire, anche per i privati: le imprese con il più alto livello di welfare registrano una quota di fatturato in crescita del 46,5%, contro il 28,8% di quelle con welfare minimo.
È ora di agire.


