In Europa il gender pay gap (ovvero, il divario retributivo di genere, calcolato come differenza media della retribuzione oraria lorda tra uomini e donne) varia molto da Paese a Paese. In media nell’UE si aggira attorno al 12–13%, ma con forti differenze nazionali: dall’Estonia che presenta il divario storicamente più alto, al Lussemburgo o alla Slovenia dove una maggiore trasparenza salariale e la forza del settore pubblico contribuiscono a contenere il gap.
In generale, il gender pay gap appare più alto nei Paesi con una forte divisione tradizionale dei ruoli, un mercato del lavoro poco flessibile e un debole welfare familiare.
Oltre alla discriminazione diretta, infatti, a produrre un gap più alto sono determinanti i fattori strutturali dei diversi Paesi: la scarsità di servizi per l’infanzia e i congedi parentali sbilanciati sulle donne, la segregazione delle donne in settori lavorativi a bassa retribuzione, il part-time (spesso involontario) e le pause per cura familiare che penalizzano salari e progressioni di carriera, e infine la minore presenza di donne in posizioni dirigenziali.
In Italia, ad esempio, il divario retributivo è relativamente basso rispetto alla media UE, ma il dato appare falsato dal minore accesso al lavoro delle donne, e dal livello di istruzione decisamente più alto di quelle che lavorano.
Dagli ultimi dati ISTAT, in Italia le donne dipendenti guadagnano in media circa 5,6% in meno rispetto agli uomini (retribuzione oraria media), ma la differenza retributiva si amplia significativamente tra i laureati (circa 16% in meno per le donne laureate rispetto agli uomini laureati). Dai dati INPS, in termini di retribuzione annua/media mensile, la disparità può aggirarsi intorno al 20-25% a favore degli uomini. Le differenze aumentano se si analizzano livelli di istruzione, carriera e settori di attività: secondo le stime INPS, infatti, le donne italiane possono arrivare a guadagnare circa 20% in meno degli uomini nei settori tecnico-scientifici dove il gap può superare il 35-40% (cfr. Rendiconto di Genere INPS 2024).
Più in generale, l’Italia ha uno dei tassi di occupazione femminile tra i più bassi d’Europa, e questo amplifica il divario complessivo nei redditi medi nazionali. Inoltre, le donne sostengono la maggior parte del lavoro di cura (figli, anziani, casa), e questo ha impatti diretti sulle opportunità lavorative e retributive, e si riflette in percorsi di carriera più discontinui e meno remunerativi.
Oltre a rafforzare il principio “pari lavoro, pari salario” promuovendo trasparenza retributiva e monitoraggio dei dati salariali, è ormai evidente che bisogna agire a livello nazionale e comunitario, con politiche strutturali che abbiano l’obiettivo riformare il sistema di welfare per favorire la partecipazione femminile al mercato del lavoro.


