Negli ultimi anni, il lungo percorso di affermazione della donna nella società è in accelerazione, a livello globale. Eppure, l’uso sistematico e diffuso di parole o espressioni offensive rispetto al genere sembra ancora rispecchiare un mondo in cui le donne venivano tenute in condizione di minorità, collocate in ruoli decorativi o meramente riproduttivi, assenti da posizioni di valore o ritenute inadatte a ricoprirle.
Il linguaggio di per sé non è sessista, ma il modo in cui lo usiamo può creare asimmetria linguistica. Parlare non è mai neutro, le parole generano comportamenti perché danno forma alla realtà, a quella in cui viviamo e, soprattutto, a quella che potrebbe divenire. Pertanto, esse richiedono un uso consapevole e responsabile, poiché hanno il potere di creare modelli di inclusione e di equità, oppure di discriminazione e di umiliazione.
In un mondo che fatica a trasformare in prassi valori primari come il rispetto, è necessario un nuovo approccio includente, un nuovo modo di comunicare.
In Italia, ad esempio, il genere grammaticale maschile usato in modo ‘sovraesteso’ rafforza la tradizione incentrata sull’uomo, con evidenti effetti discriminatori, dal momento che il genere grammaticale maschile non è rappresentativo in alcun modo del genere femminile. Al contrario, l’uso corretto del femminile nelle comunicazioni ufficiali può essere un modo efficace per evidenziare la presenza delle donne, anche nei ruoli dirigenziali tipicamente dominati dagli uomini.
Attraverso una revisione critica delle categorie convenzionali, un linguaggio inclusivo promuove la coesistenza e la valorizzazione delle differenze, contro pregiudizi e stereotipi. Il linguaggio può diventare un potente motore di cambiamento e promuovere una cultura che dia il giusto spazio ai diversi generi. Educare all’etica dell’uguaglianza, anche in ambito lavorativo, passa sicuramente dalla scelta delle parole, dal linguaggio.


